Valentina Giolivi – LA VICINANZA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

In un momento in cui le frasi più ripetute sono “resta a casa”, “mantieni la distanza”, c’è chi a casa non può restare, chi con la vicinanza ci lavora. Ci sono gli infermieri, i medici e tutto il personale sanitario che sono chiamati a salvare vite umane e poi ci siamo noi, gli educatori, quelli che hanno il compito di aiutare il prossimo nella sua quotidianità, di donare un po’ di normalità in questa assurdità. Il nostro lavoro non si ferma, come potrebbe? Una pandemia non ferma la disabilità, non cancella le difficoltà e le disuguaglianze. E oggi, ancor più di ieri, il nostro lavoro diventa fondamentale: per molti rappresenta il ponte con la realtà esterna, un collegamento essenziale che non può essere interrotto, ma diventa anche più complesso. È in questi giorni che emerge ancora di più la caratteristica principale del nostro lavoro: l’adattabilità. La necessità di ripensare l’intervento educativo, di dargli una nuova forma in base alle circostanze e l’importanza di reinventarci come professionisti utilizzando la creatività e l’immaginazione che di questo lavoro rappresentano le basi. Ma non è semplice, non lo è mai, oggi lo è ancor meno.

Nel nostro lavoro è essenziale il contatto fisico, la vicinanza. Laddove le parole non arrivano, vengono in aiuto gli abbracci, le carezze, i baci. Per alcuni il contatto fisico rappresenta l’unico mezzo di comunicazione; per altri è lo strumento più potente per sentirsi al sicuro. C’è S. che mi prega di appoggiare la mia mano sulla sua altrimenti non riesce a camminare perché ha paura o P. che non parla, ma chiede i baci indicandosi le guance. Oggi tutto questo non è possibile: bisogna mantenere il metro di distanza o anche più, ci ripetono al telegiornale come fosse un mantra; bisogna indossare guanti e mascherina, in modo da creare uno schermo che ci divide dagli altri, per limitare il rischio del contagio. Oggi tutto il volto è coperto, tranne gli occhi e questi diventano il nuovo ponte tra noi e gli altri. Lo sguardo, sostituisce la carezza, l’abbraccio e diventa il nuovo strumento di lavoro. Sartre, un filosofo francese, afferma che lo sguardo rappresenta il mezzo mediante il quale riconosciamo la presenza dell’altro. Attraverso di esso diamo dignità all’esistenza di chi abbiamo di fronte, lo riconosciamo come soggetto di fronte alla nostra soggettività.

Allora oggi il mio invito, a tutti gli educatori e non solo, è proprio questo: riscopriamo l’importanza dello sguardo. Abbattiamo la paura e la diffidenza verso l’altro attraverso lo sguardo e doniamolo caricandolo di significato.

VALENTINA GIOLIVI

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Credits (Ph)

Ringraziamo Yan Krukau, Diigital Buggu, Marta Wave, Akil Mazumder, Zamazan Ataş, Japheth Mast, Keenan Constance, Charles Parker, Sharefaith, Cliff Booth, Brett Sayles, Pixabay, Kat Smith, Cameron Casey per la gentile concessione del materiale fotografico utilizzato per illustrare progetti e aree di intervento.

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