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SERVIZI SOCIALI SANITARI EDUCATIVI ALLA PERSONA
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Il servizio, che nasce nel 2005, è volto alla promozione del benessere psicologico, benessere definito non in base alla condizione di assenza di sofferenza ma in base alla presenza di risorse in grado di ristabilire una condizione di equilibrio.

Riteniamo fortemente che tali risorse possano essere individuate, acquisite e potenziate in modo proficuo: la finalità principale quindi di qualsiasi intervento di tipo psicologico e/o psicoterapeutico deve essere quindi quella di reperire, attivare e sviluppare le risorse esistenti all’interno dell’individuo e del contesto di appartenenza.
Il passaggio fra salute e malattia risulta essere sfumato e graduale: da una condizione reversibile, che può essere rappresentata dal “semplice” disagio mentale, si può passare al disturbo patologico quando la sofferenza diventa intensa e prolungata nel tempo e non è oggetto di cura.
Il servizio che intendiamo offrire è volto a predisporre un intervento adeguato e tempestivo che possa evitare il rischio di questo passaggio: l’età evolutiva, in modo particolare, può essere esposta al rischio di cronicizzazioni, a causa di una presa in carico mancata o tardiva.

Sinapsi è un servizio di progettazione ed erogazione di consulenza psicologica e psicoterapia in regime ambulatoriale. Al suo interno sono presenti due diverse aree di intervento che hanno modalità operative differenziate:

1) AREA CLINICA: consulenze psicologiche e psicoterapia individuale, di coppia, famigliare.

All’interno dell’area clinica operano professionisti con diversa specializzazione in psicoterapia (vedi curriculum brevi).

ACCESSO AL SERVIZIO

per l’area clinica si può accedere al servizio chiamando direttamente uno dei  professionisti operanti all’interno del servizio. In alternativa, si può contattare la referente del servizio che dopo un breve colloquio telefonico, fornisce il nominativo del professionista che per formazione rappresenta la risposta più adatta rispetto alla problematica presentata.
Non è necessaria alcuna prescrizione medica per l’accesso al servizio.

EQUIPE

Agabiti, Sensini, Rizzo, Fanelli, Fociani, Annesi, Romano, Buono

SINTESI DEGLI APPROCCI TEORICI PRATICATI NEL SERVIZIO SINAPSI

EMDR

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico.

L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo. 
Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico hanno una desensibilizzazione, perdono la loro carica emotiva negativa. Il cambiamento è molto rapido, indipendentemente dagli anni che sono passati dall’evento. L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche. Questo permette, in ultima istanza, di adottare comportamenti più adattivi.

Dal punto di vista clinico e diagnostico, dopo un trattamento con EMDR il paziente non presenta più la sintomatologia tipica del disturbo post-traumatico da stress, quindi non si riscontrano più gli aspetti di intrusività dei pensieri e ricordi, i comportamenti di evitamento e l’iperarousal neurovegetativo nei confronti di stimoli legati all’evento, percepiti come pericolo. Un altro cambiamento significativo è dato dal fatto che il paziente discrimina meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia.
Dopo l’EMDR il paziente ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adattiva. L’esperienza è usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Cioè il paziente realizza le connessioni di associazioni appropriate, quello che è utile è appreso ed immagazzinato con l’emozione corrispondente ed è disponibile per l’uso futuro.

L’approccio EMDR, adottato da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo, è basato sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP). Secondo l’AIP, l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi, infatti, non scompaiono facilmente dal cervello: molte persone continuano dopo decenni a soffrire di sintomi che ne condizionano il benessere e impediscono loro di riprendere una nuova vita.
L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva.

L’EMDR considera tutti gli aspetti di un’ esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici. Utilizzando un protocollo strutturato il terapeuta guida il paziente nella descrizione dell’evento traumatico, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti. Al termine della seduta di EMDR, quando il processo di rielaborazione ha raggiunto la risoluzione adattiva, l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.
Attraverso il trattamento con l’EMDR è dunque possibile alleviare la sofferenza emotiva, permettere la riformulazione delle credenze negative e ridurre l’arousal fisiologico del paziente.
Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.

Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto più conferme scientifiche di qualunque altro metodo usato nel trattamento dei traumi. Oggi è riconosciuto come metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, dall’American Psychological Association (1998-2002), dall’American Psychiatric Association (2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.

Aprroccio psicodinamico

L’approccio terapeutico che utilizziamo è ad orientamento psicodinamico fondato sull’analisi della domanda, cioè l’esplorazione delle simbolizzazioni affettive, agite da chi pone una domanda d’intervento allo psicologo/psicoterapeuta, entro la relazione stessa. La terapia, evidentemente, non si limita nella sua declinazione temporale all’analisi della domanda. Quest’ultima non è una “fase” di un processo di psicoterapia (sostitutiva della diagnosi, ad esempio) o dell’intervento psicologico clinico entro le strutture organizzative, è piuttosto il riferimento ad una teoria della tecnica che imposta e consente di orientare la prassi psicologica clinica allo sviluppo, più che alla correzione di un deficit.

L’analisi della domanda è un costrutto che propone all’intervento psicoterapeutico alcune coordinate di base che ne fondano la prassi:

1.  Il fallimento collusivo.

2.  La riproduzione nella relazione clinica di una situazione fanstasmatica-emozionale che ripropone gli elementi della collusione fallita.

3.  L’’individuazione di linee di sviluppo.

La metodologia è fondata sulla sospensione dell’agito collusivo nei confronti delle simbolizzazioni emozionali proposte da chi pone la domanda, e sull’istituzione, essa pure collusiva, d’un pensiero sulle emozioni stesse. Con l’analisi della domanda si persegue un pensiero, esso pure inevitabilmente emozionato, su quanto viene agito da chi pone la domanda, sia nella relazione “qui ed ora” con lo psicologo, sia nella narrazione del problema per cui si richiede l’intervento, riferito al “là e allora”, della propria esperienza contestuale.

La fase istituente prevede un minimo di 3 incontri in cui individuare e focalizzare il fallimento collusivo che ha consentito al paziente di formulare una domanda di aiuto

Strutturazione del piano terapeutico: sulla base del problema si struttura un piano terapeutico. Il piano di intervento è volto a riconoscere le criticità, le risorse e le linee di sviluppo della relazione tra cliente/paziente ed i contesti entro cui interagisce.

Chiusura dell’intervento: sviluppo della competenza a pensare le proprie emozioni intesa come risorsa nell’affrontare i cambiamenti ed i problemi nel corso del ciclo di vita.

Campo di applicazione dell’elezione: problematiche concernenti la relazione tra individuo (adolescente o adulto) e contesti di vita e di appartenenza.

Analisi Transazionale

L’analisi transazionale fondata da Eric Berne, è una teoria sia psicologica che sociale, caratterizzata da un contratto bilaterale di crescita e cambiamento. Prende il nome dalle transazioni definite come base del rapporto sociale infatti, ogni volta che una persona è in relazione con un’altra si avranno delle transazioni, l’analisi di esse costituisce il ponte tra il livello intrapsichico e il livello interpersonale nella psicoterapia. L’analisi transazionale è una corrente della psicologia umanistica esistenziale (Maslow, Rogers, Perls, Allport) e in tal senso non corrisponde semplicemente alla concezione medica della guarigione delle malattia; la sofferenza psichica viene vista come un blocco di crescita del potenziale psicologico e fisico della persona.      Gli assunti filosofici dell’approccio sono:

  • ogni individuo è ok: le persone sono uguali tra loro ed ognuna ha valore in quanto persona indipendentemente dalla sua razza e dal suo contesto socio-culturale;
  • ogni persona ha la capacità di pensare e di autodeterminarsi: ognuno può decidere che cosa fare della propria vita ed ha la capacità di crescere e di imparare da qualunque esperienza anche negativa;
  • le decisioni prese possono essere modificate: ciascuna persona prende delle decisioni e ne è responsabile, ed è anche responsabile di cambiarle quando non sono più funzionali.

L’analisi transazionale viene utilizzata nel trattamento di disturbi psicologici di ogni tipo, essendo un metodo di psicoterapia individuale, di coppia, di gruppo e familiare, in particolare è indicata per il trattamento di strutture nevrotiche, borderline, psicotiche (con supporto farmacologico) e di disturbi psicosomatici. Generalmente vengono svolti alcuni colloqui di valutazione a seguito dei quali avviene la presa in carico oppure l’invio del cliente. La presa in carico determina una condivisione esplicita degli obiettivi tra cliente e terapeuta attraverso un “contratto terapeutico” e successivamente l’elaborazione di un piano di trattamento specifico elaborato dall’esperto.  L’analista transazionale guida il paziente al riconoscimento e alla consapevolezza delle modalità che quest’ultimo utilizza con l’obiettivo di arricchire le alternative possibili e di migliorare la qualità della propria vita e delle proprie relazioni.

Intervento psicofisiologico integrato.

Il modello psicofisiologico Integrato Bioesistenzialista considera l’”Io” un’unità psicofisica, una “struttura processo” che organizza, modula e coordina tutti i livelli e le funzioni, dai più semplici, quali quelli delle attività  vegetative, ai più complessi come i processi cognitivi ed emozionali. In questa prospettiva, l’Io si costruisce concretamente , nel tempo, sulla base delle informazioni sensoriali e percettive provenienti dal proprio corpo, dei rispecchiamenti e rinforzi dell’ambiente esterno e dei modelli culturali, che si integrano e formano l’immagine corporea, elemento nucleare dell’identità di ciascuno. E’ l’immagine corporea che modula e organizza, in un processo circolare, il nostro sentire e la nostra presenza e si manifesta fenomenologicamente in concreti atteggiamenti posturali: la nostra gestualità, il nostro modo di occupare lo spazio e di gestire le emozioni. Il punto centrale del lavoro psicofisiologico è nell’individuazione della struttura dell’io nella postura: l’atteggiamento posturale è espressione diretta dell’immaginazione di se stessi in relazione a specifici contesti, è un atto concreto dell’esserci, nelle sue articolazioni intellettuali ed emozionali.

In questa modellistica anche le emozioni vengono analizzate e lette come sistemi di risposte complessi, un evento psicofisico in cui sono presenti sempre una serie di modificazioni obiettive corporee (sia a livello vegetativo che somatico), ma in cui l’elemento centrale è quel particolare sentire soggettivo legato a tali trasformazioni, che chiamiamo sentimento. In questo senso il vissuto sentimentale soggettivo nasce dalla sintesi delle tensioni muscolari e delle modificazioni somatiche che vengono interpretate dal soggetto in termini di piacevolezza o spiacevolezza, ciò costituisce un importante autosegnale che modula il comportamento stesso.

L’intervento psicofisiologico si sviluppa su due piani interagenti: uno strettamente fisico, visuo-postural-motorio e sensoriale ed uno cosiddetto mentale:

  • Immaginativo, in cui si elaborano rappresentazioni e soprattutto autorappresentazioni
  • Emozional-sentimentale

L’osservazione del paziente è guidata da alcuni quesiti legati non tanto ai perché della problematica patologica portata, ma al modo in cui questa si manifesta nella fenomenologia espressiva di quel determinato soggetto.

I quesiti si riferiscono essenzialmente a quattro ambiti esperenziali:

  • Modalità di gestione delle tensioni ed in particolare del tono muscolare. Centrale in questo ambito è l’analisi dello “sforzo” che il soggetto compie nel mantenere compatta la propria struttura psicofisica.
  • Modalità di organizzazione dei processi narcisistici
  • Modalità di gestione delle emozioni in relazione all’organizzazione delle tensioni muscolari
  • Modalità di gestione dei processi intellettuali e conoscitivi.

Il punto focale dell’osservazione è nell’” analisi dello stile degli atteggiamenti relazional-corporei: come appare la dinamica narcisistica negli atteggiamenti posturali del soggetto? Come si manifestano, nella fenomenologia corporea espressiva, il controllo e la modulazione delle emozioni? Qual è la modalità con cui il soggetto entra in relazione conoscitiva col mondo? (stili attentivi, controllo, stili percettivi, etc..)

L’intervento psicofisiologico integrato, in sintesi, vuole esplorare , attraverso lo studio degli atteggiamenti posturali, i vari livelli funzionali integrati, biologici e psicologici, collocandoli all’interno di quel processo maturativo caratterizzato dalla presenza dell’esperienza del piacere di esserci, cui diamo il nome di narcisismo. Il  concetto di narcisismo cui si fa riferimento è quello elaborato da Kohut secondo il quale il narcisismo rappresenta non una deviazione del percorso maturativo ma un processo di crescita e definizione del sé e delle relazioni con l’ambiente, che esita nell’accettazione del limite. Nella riscrittura di questo concetto in chiave psicofisiologica l’esperienza narcisistica consiste sostanzialmente nel piacere derivante dall’integrazione delle diverse componenti psicocorporee che sono unificate per costituire una struttura dell’Io individuata, stabile e flessibile. Di questo processo è interessante e utile osservare due aspetti:

-cogliere le modalità di integrazione

-cogliere l’eventuale presenza di scissioni.

Ogni sviluppo psicofisico è caratterizzato, infatti, da un intreccio di schemi acquisiti nelle diverse fasi dell’età evolutiva e nei diversi contesti esperenziali. L’identità , si compone di diverse subidentità legate ai  ruoli che si assumono nella vita e che possono esitare in una struttura dell’Io più o meno armonica e integrata. La coerenza o l’incoerenza degli atteggiamenti espressivi è utilissima per la comprensione e l’evidenziazione di conflitti strutturali dell’Io.

L’intervento psicofisiologico utilizza sia gli strumenti classici del colloquio psicologico, analisi dei contenuti cognitivo-emotivi, rispecchiamenti, ristrutturazioni cognitive, analisi del transfer-controtransfer, sia esperienze immaginative guidate ed esperienze psicocorporee che permettono di prendere contatto concretamente con i nuclei di sofferenza portati dal soggetto. Il tipo di approccio rende l’intervento particolarmente utile in tutto il percorso evolutivo degli individui, soprattutto nei disturbi dell’umore (disturbi d’ansia e depressioni), nelle fasi del ciclo vitale in cui si rende necessaria una riorganizzazione e una nuova individuazione del sè (adolescenza, lutti, genitorialità, anzianità), in tutti i disturbi cosiddetti psicosomatici in cui l’attenzione principale è sul sintomo fisico.

Indirizzo sistemico-relazionale

Questo approccio ebbe origine a partire da un vasto movimento di teorie e idee diffuse negli Stati Uniti durante gli anni '50, in particolare le teorie della prima e seconda cibernetica. La "Scuola di Palo Alto" e il Mental Research Institute, con i loro maggiori esponenti (Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, Paul Watzlawick), furono i principali centri di sviluppo della terapia sistemica familiare. La terapia sistemico-relazionale coincideva, almeno all'inizio del suo sviluppo, con la terapia familiare benché oggi sia applicata molto anche a incontri individuali, mantenendo però un approccio per cui l'individuo è portavoce di un malessere esteso all'interno del suo sistema di relazioni.

Secondo l'approccio sistemico-relazionale i sintomi e il disagio del singolo individuo sono il risultato di un intersecarsi complesso tra esperienza soggettiva, qualità delle relazioni interpersonali più significative e capacità cognitive di autovalutazione della propria situazione. I concetti di base derivano dalla teoria dei sistemi e dalla cibernetica: ad esempio, tra i molti altri, quello di "sistema" e quello di "causalità circolare".

La famiglia, intesa come il sistema vivente di riferimento principale nell'esperienza emotiva di una persona, è il primo contesto esperienziale all'interno del quale i sintomi assumono una funzione precisa per il funzionamento relazionale del gruppo di persone che ne fanno parte.

I conflitti che tendono a disgregare il sistema-famiglia creano una tensione emotiva che di solito viene vissuta in termini drammatici dal soggetto portatore del sintomo; egli si fa carico, attraverso la manifestazione dei sintomi, di distogliere i membri della famiglia dall'affrontare in modo manifesto le proprie difficoltà di relazione, accentrando l'attenzione su di sé.

Il sintomo ha quindi una doppia valenza: segnala alla famiglia l'esistenza di un disagio e, nello stesso tempo, rende innocuo il suo potere distruttivo, accentrando su di sé tutte le preoccupazioni degli altri membri.

 In questa ottica, le tecniche che si utilizzano hanno per obiettivo la modificazione delle regole del sistema, ovvero la modificazione delle modalità di comunicazione e di interazione tra i membri.

La terapia familiare interviene attraverso varie tecniche di lavoro sulle famiglie, operando su 4 livelli principali di osservazione:

  • la storia trigenerazionale della famiglia (nonni-genitori-figli);
  • l'organizzazione relazionale e comunicativa attuale della famiglia;
  • la funzione del sintomo del singolo individuo nell'equilibrio della famiglia;
  • la fase del ciclo vitale della famiglia in cui si presenta il sintomo del singolo (ciclo vitale: rappresenta una tappa delle varie fasi evolutive attraversate da un sistema-famiglia; si parla, ad esempio dell'uscita da casa dei figli a seguito del matrimonio, del decesso di un genitore o della nascita di un figlio, etc.; questi eventi costringono il sistema a riorganizzarsi, e quindi ad evolvere verso nuovi assetti relazionali).

Nella terapia sistemica le  ipotesi formulate dai terapisti sono fondamentali e servono a organizzare i dati e i significati assegnati agli eventi da parte dei familiari; tuttavia esse non hanno carattere di spiegazione, ma di punteggiature costruite con la famiglia all'interno del processo terapeutico stesso.

La tecnica con cui il terapeuta conduce il colloquio sistemico poggia sul principio della circolarità delle sequenze di eventi.

Le cosidette domande circolari, cioè il chiedere ad una persona di esprimere il proprio punto di vista circa la relazione e le differenze tra gli altri membri familiari, rendono evidenti la struttura delle relazioni presenti nel sistema familiare, aldilà dei significati attribuiti ai comportamenti.
L'intervista circolare favorisce il processo di ipotizzazione sopra citato, perchè costringe ognuno, famiglia e terapisti, ad impegnarsi in letture alternative, a mettere in dicussione premesse che si credono fondanti, ad immaginare nuovi possibili percorsi.

La terapia sistemico relazionale è l’approccio teorico più indicato per il trattamento di problemi di natura relazionale e per la terapia di coppia.

Psicoterapia cognitivo-comportamentale

La terapia cognitivo comportamentale si è sviluppata negli anni 60 ad opera di A.T Beck.

E’ una terapia strutturata (si articola secondo una struttura ben definita, benché non in maniera rigida, per assicurarne la massima efficacia) di breve durata (cambiamenti significativi sono attesi entro i primi 6 mesi) ed orientata al presente (è volta a ridurre i problemi attuali).

Essa è finalizzata a modificare i pensieri distorti, le emozioni disfunzionali ed i comportamenti disadattivi del paziente producendo la riduzione e l’eliminazione del sintomo e apportando miglioramenti duraturi nel tempo.

La TCC è una terapia adatta al trattamento individuale, di coppia ed di gruppo e funziona a prescindere dal livello culturale, la condizione sociale e l’orientamento sessuale del paziente.

Le prime sedute vengono dedicate alla conoscenza dei problemi del soggetto ed alla costruzione della relazione terapeutica.

La fase di anamnesi (assessment) viene condotta usando, oltre al colloquio clinico, test pscodiagnostici ed è volta alla valutazione dello stato emotivo del paziente, alla ricostruzione delle esperienze salienti della sua vita ed alla chiara definizione dei suoi problemi attuali e dei suoi obiettivi.

Successivamente il terapeuta propone al paziente un contratto terapeutico e stabilirà insieme a quest’ultimo strategie ed obiettivi concreti, utili e raggiungibili, connessi con i problemi esplicitati dal paziente e coerenti con le sue aspettative.

Numerosi studi hanno dimostrato che la TCC è indicata in una vasta gamma di disturbi psicologici: depressione, disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi del  comportamento alimentare, le forme di stress post-traumatico, le disfunzioni sessuali e, combinata alla somministrazione combinata di psicofarmaci, i disturbi di personalità e le psicosi.

 

 

2) AREA TUTELA MINORI

L’area tutela minori nasce all’interno di sinapsi nel 2008 in seguito a un processo di coprogettazione con il Servizio Sociale di Terni.

L’esigenza manifestata dai servizi alla quale abbiamo cercato di dare risposta era di avere un servizio per la gestione degli incontri protetti, su mandato dell’autorità giudiziaria.

Dallo studio dei casi, delle loro criticità e bisogni e nel confronto con esperienze di servizi che in Italia garantivano  interventi di incontri protetti è nato quindi il servizio “spazi protetti”.

Questo servizio complesso nella struttura è stato definito nella metodologia da linee guida, si configura  come intervento riabilitativo delle relazioni.

Riabilitare le relazione significa riconoscere comprendere e sostenere la modificazione delle premesse che sono alla base delle separazioni conflittuali e che hanno portato a comportamenti disfunzionali/maltrattanti nei confronti del minore. 

Si può accedere al servizio chiedendo un colloquio telefonico alla referente  che accoglie la domanda e provvede a elaborare una progettazione individualizzata o in alternativa individua e attiva  un gruppo di lavoro a tale scopo. 

2.1) servizio “incontri protetti”, attivabile su mandato dell’Autorità Giudiziaria, sia privatamente che attraverso convenzioni con i servizi sociali: interventi riabilitativi delle relazioni tra genitori e figli.

Per approfondire

Gli incontri protetti hanno una procedura specifica e particolare.

Di norma vengono "prescritti" da un decreto dell'Autorità Giudiziaria nelle situazioni di separazione conflittuale in cui i minori coinvolti hanno difficoltà di relazione con uno o entrambi i genitori e nelle quali viene meno il diritto dei bambini alla bigenitorialità cosi come il diritto di visita e di relazione dei genitori.

Possono essere attivati anche in assenza di prescrizione dell'Autorità Giudiziaria quando i genitori, di comune accordo, intendono trovare soluzione alle difficoltà che i figli sperimentano durante o dopo una separazione conflittuale.

Possono essere prescritti o consigliati anche in assenza di attivazione del servizio sociale.

Questa condizione definisce, di norma l'intervento come pubblico o privato: nei casi in cui è presente un servizio sociale che ha in carico la situazione, il Comune di residenza del/i minore/i si fanno carico dei costi dell'attivazione degli incontri protetti; in tutti gli altri casi sono i genitori che li assumono direttamente in compartecipazione.

Si configurano quindi due percorsi diversi uno "pubblico" e uno "privato" sebbene anche in questo secondo caso sussistono obblighi rendicontativi con l'Autorità Giudiziaria che li differenziano profondamente da qualsiasi intervento psicologico ambulatoriale.

I principi teorici su cui si fonda il Servizio si riferiscono all’importanza del legame parentale e all’imprescindibile centralità del bambino inteso come l’attore più fragile all’interno del nucleo familiare, con il suo diritto a mantenere il contatto con le sue radici biologico-storiche. Esso si propone come un intervento per tutelare il minore e contemporaneamente aiutare i genitori a leggere i bisogni del bambino, recuperando o promuovendo lo sviluppo di competenze genitoriali

Quali sono le caratteristiche dell'intervento spazi protetti?

Il termine protetti associato agli incontri può a volte evocare scenari e rappresentazioni di pericolo e di contenimento. In realtà la protezione ha a che fare con il superamento di dinamiche relazionali disfunzionali che possono pregiudicare la salute degli adulti ma sopratutto possono portare a danni tangibili e permanenti allo sviluppo dei figli.

Gli incontri protetti partono dalla progettazione dell'intervento: dopo attento studio della storia della coppia genitoriale e del bambino, l'equipe del servizio (in collaborazione con il servizio sociale o specialistico laddove presente) predispone un programma di lavoro individualizzato in cui sono esplicitati gli obiettivi, i tempi, le modalità dell'intervento e della verifica dei risultati.

Sebbene non sia possibile identificare un modello unico, proprio per l'attenzione verso  la specificità di ogni storia familiare, possono essere identificati degli elementi comuni e costanti:

  • Gli incontri di programmazione: i genitori vengono accolti e ascoltati rispetto a vissuti, aspettative, risorse e  vincoli prima costruire il progetto individualizzato.
  • La condivisione del progetto: i genitori sono chiamati a sottoscrivere il progetto individuale di intervento. Questa fase è particolarmente delicata e assolutamente necessaria: entrambi i genitori devono poter convergere sugli obiettivi da raggiungere e sulle modalità dell'intervento.
  • La conoscenza e le spiegazioni ai minori: i bambini hanno diritto di sapere con chiarezza cosa succederà, cosa devono aspettarsi, chi sono le persone che incontreranno e quale è il loro ruolo. Queste informazioni vengono adattate flessibilmente in base all'età dei bambini rendendole comprensibili: il fine ultimo è quello di rendere l'esperienza positiva e rassicurante.
  • Percorsi integrati: accanto agli incontri fra il genitore/i e i bambini vengono di norma effettuati colloqui individuali/ di coppia con in genitori. Questi colloqui hanno la funzione di modificare le premesse e  i comportamenti che hanno generato il problema relazionale e che contribuiscono a mantenerlo.
  • La restituzione: la relazione finale racconta il processo riabilitativo e terapeutico ed evidenzia il raggiungimento o meno degli obiettivi condivisi. Sia nel caso di esito positivo che negativo la relazione contiene conclusioni e indicazioni ai genitori e all'Autorità Giudiziaria in merito agli interventi successivi.

Metodologia di lavoro

il servizio di spazi protetti progetta e sviluppa interventi che possono essere definiti "riabilitativi" delle relazioni. La finalità principale è di promuovere salute attraverso un approccio volto a modificare le premesse che hanno portato a disfunzioni relazionali lesive dello stato di salute dei figli e dei genitori.

La salute dei bambini passa attraverso la salute dei loro genitori o di chi si prende cura di loro.

Gamma degli interventi attuabili

  • supporto al mantenimento e/o alla ricostruzione della relazione con il genitore non affidatario, in situazioni di separazione conflittuale;
  • ricostruzione della relazione con uno o entrambi i genitori, a seguito di allontanamenti prescritti o meno dalla magistratura;
  • mantenimento della relazione con uno o entrambi i genitori, in situazioni di rischio per i minori;
  • costruzione della relazione con un genitore mai conosciuto, per riconoscimenti tardivi  o per altre vicende familiari particolarmente complesse;
  • interventi di osservazione della relazione e sostegno genitoriale  con uno o entrambi i genitori volti a modificare gli aspetti disfunzionali e sviluppare e sostenere le risorse e le potenzialità
  • osservazione della relazione anche attraverso strumenti codificati (LTP c).
  • interventi di rafforzamento delle risorse esistenti e sostegno al minore per la comprensione e l'elaborazione delle vicende familiari laddove i genitori manifestino impossibilità di  cambiamento

l'equipe degli incontri protetti L’equipe è composta da psicologhe- psicoterapeute con formazione ed esperienza specifica nel campo degli interventi coatti (in cui quindi non vi è motivazione spontanea ma l'imposizione dell'intervento da parte dell' Autorità Giudiziaria).

 

Organizzazione degli spazi

Viene proposto qui un modello di organizzazione del contesto spaziale adeguato ad accogliere gli incontri di spazi protetti, in grado cioè di garantire la privatezza, il controllo ed il benessere dei genitori, dei bambini e degli operatori.

Un primo importante criterio è la collocazione del luogo a piano terra, per poter facilitare il passaggio dall’interno all’esterno.

È importante la disponibilità di una stanza dotata di specchio unidirezionale per eventuali osservazioni con osservatori esterni o per la somministrazione del test “triangolo di Losanna”.

L’arredo consiste in un divano, due poltrone ed una scrivania con sedie; un mobile contenente i giochi; tappeti morbidi.

 

Aspetti amministrativi

L’intervento di spazi protetti è attivato sulla base di un provvedimento del Tribunale per i Minorenni, o del Tribunale Ordinario, o su proposta del Servizio Sociale o ancora su autonoma iniziativa dei genitori. Per tale Servizio, è individuato un costo che può essere sostenuto dal Comune di residenza del minore qualora sia attivo il servizio sociale e abbia richiesto l'attivazione del servizio. Negli altri casi, è la coppia genitoriale che si fa carico del costo, preventivato e sottoscritto in apposito contratto.

2.2) servizio di mediazione: interventi riabilitativi delle relazione tra genitori e di sostegno genitoriale

Per approfondire

Finalità e caratteristiche del percorso di mediazione familiare

La mediazione famigliare  è un percorso, guidato da un mediatore qualificato e articolato in circa 10-12 sedute, volto a ripristinare il dialogo tra genitori coniugati o conviventi la cui relazione è entrata in crisi a seguito di uno o più eventi traumatici, con l’obiettivo di facilitare il raggiungimento di un accordo per la pacifica riorganizzazione della vita e delle relazioni familiari, con particolare attenzione alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli ed alla condivisione delle responsabilità genitoriali.

L’ obiettivo principale è quello di garantire la tutela dell’interesse del minore  e del suo benessere.

Il mediatore è facilitatore della negoziazione tra le parti, neutrale, imparziale e rispettoso della libertà ed autonomia delle stesse nell’assumere le decisioni che riguardano la loro vita familiare (il mediatore non ha alcun potere di imporre soluzioni alle parti, in quanto non è un giudice).

La Convenzione sulle relazioni personali che riguardano i fanciulli, firmata il 15 maggio 2003 dal Consiglio d’Europa, all’art. 7 stabilisce che «Quando bisogna risolvere delle controversie in materia di relazioni personali, le autorità giudiziarie devono adottare tutte le misure appropriate per incoraggiare i genitori e le altre persone che hanno dei legami familiari con il fanciullo a raggiungere degli accordi amichevoli a proposito delle relazioni personali con quest’ultimo, in particolare facendo ricorso alla mediazione familiare e ad altri metodi di risoluzione delle controversie».

Ciò nonostante in Italia, a tutt’oggi, ancora manca una legge nazionale  che regolamenti la professione di mediatore familiare (attualmente disciplinata soltanto nell’ambito della recente normativa sulle c.d. «professioni non regolamentate»10), sebbene la legge n. 54 del 2006 di riforma del sistema di affidamento dei figli abbia introdotto la facoltà per il giudice di invitare i coniugi in via di separazione ad intraprendere un percorso di mediazione familiare che consenta loro, tramite la riorganizzazione delle relazioni familiari, di raggiungere accordi soddisfacenti per entrambi, nel rispetto del interesse morale e materiale dei figli e nell’ottica della comune assunzione delle responsabilità di genitori.

Nella nostra organizzazione il servizio di mediazione è garantito attraverso la figura professionale della psicologa /psicoterapeuta con formazione specifica rispetto agli interventi riabilitativi delle relazioni.

Il mediatore ha il compito di valutare la situazione generale della coppia, facilitare il dialogo tra le parti, sostenere la genitorialità e accompagnare i genitori verso la definizione di accordi condivisi che favoriscano il mantenimento della comune responsabilità genitoriale anche dopo la separazione.

L’attività deve essere svolta nel pieno rispetto del dovere di riservatezza e del segreto professionale riguardo alle informazioni confidenziali che il mediatore riceve dalla coppia nel corso delle sedute di mediazione. Eccettuati i casi previsti dalle norme del codice di procedura penale che disciplinano il segreto professionale, il mediatore familiare deve attenersi scrupolosamente al segreto con riguardo al contenuto e allo svolgimento dei colloqui e agli accordi eventualmente raggiunti in mediazione. É possibile la sospensione del segreto professionale solo ed unicamente col consenso di tutte le parti. Il rispetto del dovere di riservatezza da parte del mediatore è essenziale perché si possa instaurare con le parti quel clima di fiducia, confidenzialità e collaborazione necessario per il buon funzionamento e la riuscita del percorso di mediazione.

La mediazione familiare può essere: obbligatoria, ossia imposta alle parti per legge attraverso il meccanismo della condizione di procedibilità per l’eventuale fase giudiziale ovvero mediante invio coatto da parte del giudice; suggerita, ossia su invito del giudice rivolto alle parti, che restano libere di aderirvi o meno; volontaria, quando le parti scelgono autonomamente e concordemente di avvalersi della mediazione al fine di raggiungere un accordo da far successivamente omologare al giudice (ad es. un accordo di separazione consensuale contenente l’intesa sulle modalità per l’affidamento condiviso dei figli).

La possibilità di raggiungere in mediazione accordi equilibrati e durevoli nel tempo sull’affidamento condiviso dei figli rappresenta una garanzia per questi ultimi, i quali spesso si trovano a patire «conflitti di lealtà» laceranti in seguito alle separazioni altamente conflittuali dei propri genitori, rimanendo vittime indifese e sovente strumentalizzate dei continui litigi e vendette

tra i genitori. In tali situazioni la mediazione rappresenta un mezzo particolarmente rapido ed efficace per giungere ad intese che soddisfino pienamente entrambi i coniugi separati in modo da diminuire la conflittualità e favorire il dialogo genitoriale nell’interesse superiore dei figli.

Principi metodologici della mediazione : la responsabilizzazione dei genitori

La mediazione familiare ha una triplice funzione: preventiva (della collera), curativa (dopo l’esplosione del conflitto) ed educativa (responsabilizzazione genitoriale).

Essa rappresenta un’ottima soluzione allorché le parti siano ancora potenzialmente in grado di incontrarsi e confrontarsi, ponendo in primo piano l’interesse superiore dei figli.

Allo scopo di facilitare il raggiungimento di un’intesa tra i genitori, la mediazione si avvale di tecniche specifiche che favoriscono la comunicazione e la negoziazione tra le parti in conflitto ma sopratutto il mediatore rende visibile ai genitori la sofferenza dei loro figli, che molto spesso essi non percepiscono perché concentrati esclusivamente sul proprio dolore causato dalla separazione. Il percorso di mediazione decentra l'attenzione dei genitori dalla separazione alla soddisfazione dei bisogni e degli interessi dei figli, attraverso il rilevamento delle risorse della famiglia ed il rafforzamento dei canali comunicativi.

Le capacità genitoriali relative alla negoziazione faranno parte del patrimonio di ciascun genitore e saranno strumenti essenziali per cercare di prendersi cura dei propri figli in maniera soddisfacente e condivisa.

Il percorso di mediazione si conclude con la stesura di una relazione che contiene gli esiti del percorso, eventuali accordi e ulteriori proposte.

 

EQUIPE

Agabiti, Sensini, Fociani, Pacifici, Ruggeri, Buono, Passagrilli

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Recentemente è stata attivato un servizio ambulatoriale per le dipendenze, in collaborazione con la comunità Rajo

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SINAPSI inoltre

  • promuove  interventi formativi e di comunità per il contrasto ai fenomeni di maltrattamento e abuso ai minori e di violenza di genere
  • progetta e realizza interventi di comunità e interventi di promozione della salute nei contesti scolastici
  • promuove attività di gruppi di auto-mutuo aiuto, gruppi  psicoeducazionali e gruppi multifamiliari
  • progetta  e promuove interventi di prevenzione e promozione della salute nelle scuole:  Sportelli di ascolto, Gruppi genitori.

 

Alcuni riferimenti

Principi operativi

Chi é lo piscologo

Chi é lo psicoterapeuta