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Sono le 21.30, come al solito comincia il mio turno di notte in struttura. Sono molto affaticata, perché so già che è dura svolgere il nostro lavoro in questo momento, è difficile occuparsi delle fragilità ed è altrettanto difficile occuparsene adesso, in un contesto storico in cui sembra che i fragili non abbiano diritto ad esistere.

So che in comunità il mio ruolo impone il mantenimento di un certo clima e il saper accogliere la paura che può aleggiare tra gli ospiti che, nonostante siano già separati dai propri affetti perché inseriti in un percorso, adesso è come se sentano che la lontananza assuma una distanza incalcolabile, per niente afferrabile e quindi poco sostenibile.

 Ecco, sulle spalle sento tutto questo e anche se più volte, con i miei colleghi ci siamo detti che non possiamo proteggere le persone che accogliamo da quello che sta accadendo intorno a noi, non riesco a sottrarmi, in qualche modo devo fare qualcosa che riduca la tensione.

In questo stato d’animo comincio a somministrare le terapie della sera e così , uno dopo l’altro, gli ospiti arrivano di fronte a me che, armata di guanti e mascherina, sembro quasi un’aliena dagli occhi lacrimosi.

Alla fine arriva lui, l’ultimo paziente, l’ultimo di ogni sera che con la sua faccia sempre a metà strada tra l’arrabbiato e il preoccupato, spegne la sigaretta nel posacenere e entra in ufficio. Con la stessa faccia prende la terapia, senza dire nulla, poi all’improvviso e in modo totalmente inaspettato, alza gli occhi e mi fa: “ma per esempio, tu Marta, come stai? Cioè nel senso, voi come state in questi giorni?” In quel momento, seppur spiazzata da quella domanda che sicuramente non mi aspettavo, ho sentito le mie spalle abbassarsi, mi sono stoppata, l’ho guardato in faccia e mi sono detta: “ma veramente vuole sapere come sto?” C’ho messo un po’ ad organizzare una risposta e ho faticato a parlare della mia paura, del mio disagio, di quello che vedo quotidianamente e di quello che immagino potrebbe accadere in futuro, ma in quel momento, ho capito che nonostante io fossi totalmente concentrata ad allontanare dai nostri ospiti il peso e l’angoscia che tutto il mondo oggi porta con sé, la richiesta che invece mi arriva è quella di ridurre le distanze nell’unico modo oggi possibile, condividendo, cioè la paura che indistintamente ci attraversa e costruendo ponti fatti dell’unico dato di realtà che non possiamo in alcun modo allontanare.

Questo il mio lavoro ai tempi del coronavirus …mi rendo conto che questo, alla fine, è mio lavoro sempre.

Marta Varazi Educatrice comunità Rajo

 

Marta Varazi   Comunità Rajo

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